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Mastrolapo e la Luna et altre commedie

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Mastrolapo e la Luna et altre commedie

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Dalla prefazione di Alessandro Ricci
Proporre oggi un teatro popolare e per di più «contadino» e quindi con un impianto linguistico dialettale, se non addirittura gergale, vuol dire correre il rischio di fare un'operazione di tipo "filologico", o persino "archeologico", con quanto di intellettualistico queste operazioni comportano.
Per altri versi si corre anche il rischio di riproporre gli schemi stereotipati dell'«idillio», della «macchietta» e del «bozzetto», per sé legittimi e godibili, ma di limitato significato umano.
Nei testi proposti da D. Fortunato Bardellí, questi schemi sono presenti, perché fanno parte del linguaggio teatrale, ma insieme vi è dell'altro che ne riduce il peso e ne trasforma la finzione.
Ogni autore stabilisce con i suoi personaggi un particolare rapporto: o si identifica o si «scontra» con essi.
Ebbene, si deve riconoscere che il rapporto tra l'autore e i suoi personaggi, ora «patetici» ora «stralunati», è caratterizzato dalla «tenerezza», che gli fa «guardare» quei personaggi e «vivere» quelle situazioni con intima partecipazione.
Scrivere di essi è, per lui, un ritorno all'infanzia ed è, anche, ricerca delle proprie radici e atto di «fedeltà» alle sue origini, e gli consente di ritrovare lo sguardo del fanciullo, senza rinunciare alla comprensione «critica» dell'adulto.
Soffermiamoci su due registri stilistici, tra loro speculari, riscontrabili in questi testi, che sono generati da questo stato d'animo.
Il primo e il più tipico e coerente, è quello elegiaco. Non dobbiamo intendere l'elegia come ripiegamento e vagheggiamento idillico, su un piano memoriale, di ciò che non esiste più, bensì come nostalgia per una realtà umana, che pur nella sua «umiltà», si fondava su un profondo senso del sacro, su valori indiscussi quali gli usi e i costumi tradizionali, e il rispetto della parola data, garanzia della dignità e dell'onore della persona.
All'interno di questa realtà, valore preminente sopra ogni altro, era considerata la famiglia, in cui ciascuno aveva un suo ruolo e i vecchi non erano emarginati e i giovani non erano abbandonati a loro stessi.
E come sfondo immutabile e ineliminabile si accampava il tenace attaccamento alla terra e ai suoi lavori e la serena accettazione della «fatica», che pre accompagna la vita reale dei contadini.
Possiamo chiederci se questo «mondo» abbia una possibilità di reagire e sopravvivere alle «sfide» e alle insidie che i mutamenti storici e sociali comportano.
La risposta del nostro autore appare fiduciosa.
Per lui «rappresentare» questo piccolo mondo, delimitato all'orizzonte dalle montagne di Li gnano, Catenaia e Pratomagno, è «conoscerlo», o forse meglio «riconoscerlo» in quanto di universale e di esemplare in sé contiene e così facendo egli va alla scoperta delle radici di una vitalità inesausta di cui vuol dare testimonianza.
Se il registro elegiaco è proprio di un testo come «Antico natale», per «Mastrolapo e la luna» dobbiamo parlare di stile picaresco, con non trascurabili cadenze epiche.
Già il «Nonno» di «Antico natale», costretto in un «cantone» per il peso degli anni, non nascondeva il desiderio di sapere ciò che vi era di là di quei monti che delimitavano il suo orizzonte, ma Mastrolapo è capace di proporre il programma, apparentemente bislacco e surreale, di «acchiappare» la luna, che a un tempo è segno dell'esigenza di andare oltre i limiti del proprio mondo e, insieme, è «conferma» di questo, perché in qualche modo anche il cielo e i suoi astri sono, da Mastrolapo e dai suoi amici, ricondotti alla terra.
La capacità di «pensare» la grande impresa, la tenacia nel realizzarla a partire dai dati dell'esistente, nello sforzo quasi di adeguare il sogno alla realtà e, specialmente, la prontezza nel superare di slancio le contraddizioni dovute alla frustrazione del mancato successo (il nostro eroe non si sentirà mai sconfitto, ci sarà tempo, per lui, di riprovare e intanto continuerà a progettare), fanno ascendere Mastrolapo a «personaggio simbolo», bruciando qualsiasi scoria «macchiettistica» che poteva sussistere in esso.
Un mondo in cui sia ancora possibile sognare, fantasticare, immaginare e, se necessario, tenacemente operare, manterrà sempre, in qualsiasi situazione la sua vitalità.
Ma protagonista di questi testi è anche la «parola», che non è frutto di un atteggiamento filologico odi una ricerca del caratteristico locale, o ingrediente per la costruzione di bozzetti e macchiette. È piuttosto il filo d'Arianna che dai labirinti del passato riconduce alla memoria volti, fatti e situazioni, li riordina e ne fa discorso.
Questa «parola» non è ricercata, non fa colore, ma «risuona» nell'anima dell'autore, si carica di echi e di emozioni ed è la sostanza stessa dei suoi personaggi, «segno» di una vita e di un destino.
È un procedere, questo, che si avvicina, per quanto riguarda l'uso del dialetto, alle sperimentazioni pascoliane dei Poemetti (Primi e Nuovi) e presenta una particolare affinità con «La morte del Papa».

 
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