Brividi di fanciullo - CALOSCI

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Brividi di fanciullo

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Brividi di fanciullo

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CORRIERE DELLA SERA - Terza pagina:

Legge e rilegge con ossessione Stephen King e Agatha Christie. I loro libri sono allineati in doppia fila nella cameretta, a volte consunti dall’uso; It è persino smangiato negli angoli come se un roditore vi si fosse accanito per anni. Jacopo Rossi non parla volentieri, preferisce inseguire i suoi muti pensieri di dodicenne (i 13 li compirà in ottobre), i grandi occhi chiari per lo più guardano per terra. Quando i suoi genitori. Gilberto e Elisabetta, ne vantano il talento, fa ciondolare la testa con timidezza. Ma di talento, indubbiamente, Jacopo ne ha, almeno a leggere il suo romanzo Brividi di fanciullo, pubblicato dall’editore Calosci di Cortona: un giallo-horror che racconta un intrigo di adolescenti ambientato in un bosco nei pressi di Arezzo, dove troveranno la morte, a distanza dí anni, Silvia, Andrea, Chiara. Al centro della vicenda, un mostro dal passato truculento che abita in una capanna tra gli alberi e che grazie alla sua follia sfugge alle indagini dei poliziotti ma dovrà soccombere all’ostinazione di un gruppo di giovani.
Il romanzo ha un avvio lento, quasi diaristico (con il trasloco da Firenze della famiglia di Andrea e i primi approcci del ragazzo con il nuovo ambiente), ma prende via via il volo, specie nelle parti finali, anche in virtù di una notevole sapienza strutturale con sequenze e stacchi da brivido. Certo, c’è anche qualche ingenuità (stilistica) e qualche squilibrio (narrativo), ma ciò non toglie che Jacopo Rossi sia già un vero scrittore (forse il più giovane d’Italia, forse del mondo), il che è quasi miracoloso. A guardare il suo viso, cade subito il primo sospetto: che Jacopo possa montarsi la testa. E al di là dei suoi sguardi ritrosi, si intravede una consapevolezza che si traduce in perentori «No eh» o «Sì eh». «No eh, non mi piace più come l’ho scritto, questo libro — dice —, troppe cose che non vanno. Soprattutto nella prima parte, troppo noiosa». A poco a poco, cade anche il secondo sospetto: che dopo la prima stesura ci abbiano messo le mani genitori ed editore per confezionare un prodotto più presentabile. «No eh, l’ho cominciato un sacco di volte, ma non l’ho mai fatto vedere a nessuno». E suo padre, oggi impiegato alla commissione tributaria del ministero delle Finanze, autore di poesie in ottava rima e scultore per diletto: «Ci diceva che stava scrivendo e noi pensavamo: chissà che scrive... Nemmeno sua sorella Elisabetta sapeva nulla. Quando qualcuno si avvicinava al computer, lui lo copriva con le braccia per la vergogna e ogni volta nascondeva il dischetto per paura che qualcuno fosse curioso di leggerlo». Un lavoro assiduo durato un anno e mezzo, cominciato insomma quando Jacopo aveva undici anni: «A un certo punto, l’anno scorso, ci ha detto: in luglio l’avrò finito, poi a Natale. Alla fine nel gennaio scorso l’ha stampato e ce l’ha fatto leggere. Io e mia moglie non ci si credeva, siamo rimasti stupiti. Ho telefonato agli editori locali, ma tutti volevano essere pagati, dieci milioni, otto milioni... Poi Calosci ci ha creduto e per farlo non ci ha chiesto una lira». «Appena l’ho letto — dice Giuseppe Calosci — mi sono entusiasmato, per fare questo lavoro ci vuole entusiasmo... E ho voluto stamparlo»......

PAOLO DI  STEFANO


 
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